I miei racconti flashfic

Testo alternativo (alt="I miei racconti flashfic") book4-e1447951731884.jpg Flashfic

La flash fiction o microstoria o brevemente flashfic, è uno stile letterario narrativo di estrema brevità. Non esiste una definizione ampiamente accettata della lunghezza della categoria. Alcuni impongono un limite massimo di 300 parole, mentre altri comprendono nella flash fiction anche storie lunghe 1.000 parole.

Mi sono cimentato a crearne alcune, prettamente di tema fantascientifico o fantastico.


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Il seguente flashfic è stato volutamente ridotto all’osso, a scapito del racconto originale che era più lungo di circa quattro volte.
Questo perchè l’amministratore di un blog sul quale il flashfic è stato postato, aveva bisogno di una serie di mini racconti non oltre le duecento parole.
Il racconto integrale è stato pubblicato nell’antologia di racconti di fantascienza N.A.S.F. 10.
Chi mi vede?

Suidi uscì dal cancelletto di casa con due sacchi della spazzatura. Attraversò la strada e si avvicinò a un Platano vicino al parcheggio.
Si guardò intorno, poi buttò i due sacchi dietro l’albero. Non li aveva nemmeno chiusi. Lattine di birra, mozziconi di sigarette e resti di pollo, scivolarono sull’erba.
Ritornò in casa con le mani in tasca, fischiettando.
Una sfera di metallo uscì da dietro il Platano. Fluttuava a circa tre metri dall’asfalto con il led al centro del globo che cambiava colore, memorizzando nell’hard disk suoni e immagini dell’uomo mentre chiudeva la porta della villetta.

Il sole spuntò da dietro i palazzi del quartiere. Suidi chiuse la porta della casa e salì in auto.
Si fermò vicino a un’altra abitazione e apri la portiera. Svotò il portacenere sul marciapiede. Fuori non c’era nessuno, di vivo.
La sfera spuntò da sopra un tetto. Il led luminoso registrava.

Suidi inchiodò l’auto di fronte al giardino. Scese. La mandibola gli cadde sul petto.
— La mia casa — diceva — cos’è successo alla mia casa?
Il terreno era coperto da mozziconi di cicche e resti di pollo, e al posto della villetta c’era una lattina di birra alta otto metri. Accartocciata e vuota.


Testo alternativo (alt="I miei racconti flashfic") 800px-2010-1-meeting-under-the-treeL’insetto ipnotico
Il signor Oreste Zealot era nel suo studio, doveva terminare un importante progetto di ricerca per la Economic Systems. Il condizionatore era rotto e l’afa greve. L’uomo cercava un po’ di ristoro da un ventilatore che aveva sistemato di fronte a lui, sulla scrivania. La finestra dello studio al quinto piano era aperta per invitare anche un lieve ma improbabile refolo di vento.
Sbuffava, asciugandosi la faccia con un asciugamano che portava dietro il collo.
Dalla finestra entrò una farfalla. Non era di quelle bianche che solitamente frequentavano il parco del quartiere, questa era grande almeno il triplo. Si posò sullo schienale della sedia che l’uomo usava di solito per ricevere i clienti.
Le ali erano verde pastello, con ornamenti che non riusciva ancora a distinguere.
Il lepidottero agitava le appendici con movimenti flemmatici. Zealot era attratto dalla quella raffinata eleganza.
“Dev’essere un esemplare esotico fuggito da qualche casa.” Pensò.
Le ali si arrestarono. Riuscì a vederne i fregi. Erano un paio di macchiette bicolore, molto simili ad occhi. Pupille bagnate di magia aliena.
L’insetto si mise a sfregare le antenne, prima adagio poi aumentando velocità, fino ad emettere un suono simile ad una nenia filiforme ma penetrante.
“Mai sentito roba simile!” Pensò assorto.
La cantilena aveva un effetto ipnotico su Zealot che non riusciva a staccare lo sguardo dalla magnifica creatura. Le ali adesso si muovevano in modo quasi impercettibile.
L’uomo cadde in una specie d’estasi, un momento di assoluta astrazione dalla realtà circostante.
Si alzò dalla sedia, camminava come se fosse in trance. L’insetto torceva il busto come se stesse seguendo le sue mosse. O guidandole.
Zealot si pose di fronte alla finestra con lo sguardo assente, poi si gettò di sotto.
La farfalla svolazzò via nel nero della notte buia e soffocante verso un’altra finestra aperta.

 

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